Stockholms Dagblad - Sicurezza stradale, il linguaggio che attenua la responsabilità di chi guida

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Sicurezza stradale, il linguaggio che attenua la responsabilità di chi guida
Sicurezza stradale, il linguaggio che attenua la responsabilità di chi guida

Sicurezza stradale, il linguaggio che attenua la responsabilità di chi guida

Espressioni come “incidente” possono ridurre la percezione della responsabilità nelle collisioni stradali e influire sul giudizio collettivo.

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Espressioni come “incidente” possono ridurre la percezione della responsabilità nelle collisioni stradali e influire sul giudizio collettivo.

Le norme non bastano. Anche le parole hanno il loro peso se vogliamo costruire una sicurezza stradale degna di questo nome. Ogni 24 secondi nel mondo una persona viene uccisa sulla strada.

I dati ci dicono che in Italia almeno il 94 per cento degli scontri stradali è dovuto a «comportamenti evitabili messi in atto da chi è alla guida». Eppure, leggendo quotidiani e siti di informazione, difficilmente possiamo avere una percezione esatta del problema e della sua vastità. I mezzi di informazione hanno una parte importante nella formazione di una cultura, e hanno dunque una grande responsabilità.

Vedremo come scegliere le parole giuste evitando di deresponsabilizzare le persone può farci fare un passo avanti verso una strada più giusta. Scrivere e dire "scontro” anziché “incidente” è importante: l’etimologia della parola incidente richiama la fatalità, il destino (il termine latino incidens si può tradurre come "per inciso", "per caso"), e in sostanza assolve, deresponsabilizza. Invece un fenomeno come la violenza stradale, che è un enorme problema di salute come abbiamo cercato di spiegare anche nelle puntate precedenti di questo lavoro, richiede un racconto corretto e adeguato.

Perché la violenza stradale ci presenta ogni anno un conto inaccettabile: più di 3mila persone uccise, 330mila ferite, di cui almeno 17mila in modo grave, per una spesa di quasi 34 miliardi di euro. Qual è la soluzione? Adottare scelte diverse ogni giorno: di mobilità, e di comportamenti quando ci mettiamo alla guida.

E usare le parole giuste quando lo raccontiamo. La strage sulle strade è un’emergenza nazionale: ecco la sicurezza che non interessa al governo Sottostimare il pericolo Il linguaggio che scegliamo contribuisce a creare, o in questo caso a perpetuare, una cultura che ci induce a sottovalutare il pericolo sulla strada e ad accettare le vite perdute come se fossero inevitabili. Non c’è nessun destino, le nostre scelte possono cambiare il verso di questa storia, e salvare vite.

Come ci spiega la professoressa Anna Maria Giannini, direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, «quando guidiamo diventiamo persone diverse, l’auto ti fa sentire dentro un involucro che diventa un’estensione dell’io, e qualsiasi azione ritenuta provocatoria stimola reazioni». E non c’è soltanto l’attività del guidare quando siamo al volante, «ormai quasi nessuno fa più attenzione alla strada, nel traffico mi capita di guardare quello che fanno gli altri: videochiamano, addirittura registrano video». E poi c’è il dopo: la giustificazione.

«Quando guidiamo tendiamo a fare ampio ricorso a meccanismi di disimpegno morale, a usare ipergiustificazioni di qualsiasi infrazione possiamo compiere. E lo fanno anche i nostri compagni di auto, i trasportati: tendono a darci ragione, si crea una coesione. E anche il linguaggio autorizza un certo disimpegno morale.

Certo, è più facile farsi intendere se parliamo di incidente, è una parola che capiscono tutti. Però usare la parola sbagliata ferisce la sensibilità delle vittime». Dire incidente significa appellarsi al caso, al destino: è successo, ma è fisiologico che ogni tanto succeda.

Il corollario di questo pensiero è: non possiamo farci niente. E infatti non lo facciamo. Nel codice esiste il reato di omicidio stradale: quindi si può legittimamente parlare di guidatore "omicida", e di vittima "uccisa" sulla strada.

Ma nella quasi totalità dei casi leggiamo che qualcuno è morto, è scomparso, ha perso la vita. Vera Gheno, sociolinguista che per vent’anni ha collaborato con l’Accademia della Crusca, spiega che «la morte violenta è uno dei grandi tabù, assieme al sesso. Dire che una persona è morta sulla strada, non usare la parola "uccisa" assolve non solo la persona, ma anche la società dall’interrogarsi sulla responsabilità collettiva.

Se dico “uccisa” apro a una serie di riflessioni che le persone non vogliono fare». Non vogliamo interrogarci, al punto che normalmente soltanto chi è stato colpito personalmente dalla violenza stradale decide di impegnarsi per la collettività, nel tentativo di cambiare le abitudini e la cultura. «È un meccanismo di autoconservazione.

Il liberismo ci ha inculcato questa difficoltà a riconoscere che non siamo fatti di mere narrazioni individuali. Mi è capitato di discutere della vicenda Ponzani-La Russa con molti uomini che non vedono il problema: è un caso di cecità parziale molto comune, gli uomini non si vedono mai negati i propri titoli. Invece è necessario pensare in maniera globalizzata per risolvere i problemi».

L’Italia non è un paese per autovelox: quanto ci costa risparmiare sui controlli Colpevolizzare le vittime La deresponsabilizzazione del guidatore e l’umanizzazione del mezzo sono meccanismi tipici del racconto della violenza stradale: sentir dire "Tir pirata”, “auto impazzita” o “strada killer” ci sembra normale, quando è semplicemente assurdo. Le auto non impazziscono, non investono, e non scappano dopo averlo fatto. C’è sempre un uomo con la sua volontà, con le sue scelte, con la sua disattenzione, con la sua velocità eccessiva.

Ancora la professoressa Giannini: «La mitizzazione della velocità appartiene alla sfera emozionale delle persone: la velocità è segno di azione, vitalità, coraggio, sfida. La lentezza al contrario è vista come incapacità, volontà di non impegnarsi, come essere non performanti. Ma come esiste un valore della velocità consentita, per esempio nelle gare sportive, esiste anche un valore della lentezza, persino della noia.

Tanto che oggi le persone hanno bisogno di prendersi del tempo per andare a fare meditazione, hanno bisogno di qualcuno che gli imponga di disconnettersi». Cerchiamo giustificazioni per chi guida, e colpevolizziamo le vittime. Come spiega la professoressa Giannini.

«Il blaming della vittima è trasversale. Pensiamo alle donne uccise. Perché erano fuori a quell’ora?

Com’erano vestite? Lo hanno fatto arrabbiare?» Sulla strada colpevolizziamo anche i bambini («È sfuggito alla madre ed è corso in strada») e in generale gli utenti deboli.

«Ciclista sbatte contro la portiera di una macchina parcheggiata e muore», è un titolo della scorsa estate: neanche un pensiero al fatto che qualcuno in macchina doveva aver aperto quella portiera senza guardare. Siamo sempre solidali con il responsabile, mai con la vittima. Le città a misura d’uomo esistono già.

Ma l’Italia continua a inseguire le auto I rischi dell’assuefazione Il linguaggio è importante. Ci sono parole che sono uscite dall’uso perché oggi le riteniamo offensive, razziste, sbagliate. È un percorso che dovremmo fare anche per le parole che usiamo per la violenza stradale.

Anche se la direzione in cui sta andando il mondo è un’altra. Ci siamo abituati a sentire il presidente del paese più grande del mondo che offende gli interlocutori, persino i giornalisti che sono chiamati a fargli domande e a giudicare il suo operato. Questa assuefazione contiene un rischio.

È Vera Gheno a metterci in guardia. «C’è un concetto di sociologia che si chiama finestra di Overton e che è in sostanza l’affaccio sul concepibile. L’effetto che hanno quelli che sono in grado di influenzare il linguaggio è quello di spostare la nostra finestra di Overton.

I populisti e le destre fanno questo: spostano i confini di quello che è accettabile, e non lo fanno casualmente, sanno benissimo quello che fanno. Il corollario è: se Trump tratta così le donne perché io dovrei trattarle meglio? La violenza verbale arriva a inquinare tutto il discorso pubblico reimmettendo temi che sembravano superati.

Il ritorno dell’atomica nel discorso pubblico è l’esempio plastico di questo spostamento. Purtroppo non abbiamo gli anticorpi per reagire a questo». Le parole possono fare l’effetto di piccole dosi di veleno: all’inizio non ci danno disturbi, ma piano piano ci intossicano.

E magari ci uccidono. La sicurezza dei ciclisti è ancora un miraggio: «La morte di mio fratello Michele Scarponi non ha insegnato nulla»

Y.Soderstrom--StDgbl